10 marzo 2008

La guerra di Piero

continua la scia di di trucità delle mie creazioni....


Quando si svegliò, quella mattina, gli sembrava che la testa stesse per esplodere, e fece fatica anche a guardarsi intorno. Piero rimaneva con lo sguardo fisso su quel cranio informe che dormiva beatamente nel letto vicino al suo. Chiuse gli occhi con forza, come per concentrarsi e contò “cinque.. quattro… tre… due… uno……..”. Riaprì gli occhi. No, era ancora là. Incredibilmente intero.
Ma come cavolo faceva a non esplodere? Non era possibile. Andava contro ogni teoria fisica.
La luce filtrava appena dalle fessure della tapparella abbassata evidenziando il suo profilo sproporzionato. La fronte era talmente gonfia che i vasi sanguigni e le vene sporgevano dalla pelle creando un’orribile ramificazione rossa e violacea. Non si poteva vedere. Piero non lo poteva vedere. Lo odiava con tutto se stesso. Stava rovinando la sua vita. Quattordici anni di stupidi scherzi e battutacce, di risate maligne alle spalle. E perché? Non era colpa sua! Era normale, lui!

Nella testa di Piero risuonava ancora l’ultimo episodio di ieri. Quel cretino della 3°A che gli stava dietro con quei due scagnozzi che si porta sempre appresso.
“Ah Ah.. ma come fa ad infilarsi le magliette il tuo Gobbo di Notre Dame? Bisognerà tagliare il colletto a tutte quante!”
E gli altri due che ridevano con lui. Ma che bastardi. Non si erano ancora stufati? Forse prima o poi avrebbero smesso. Prima o poi tutti la finiranno di crocefiggerlo. Per cosa poi? Per avere un fratello deforme.

Papà capiva come si sentiva Piero, o almeno gli sembrava che fosse così. Lo leggeva in alcuni suoi sguardi imbarazzati. Quando uscivano tutti insieme sentiva gli occhi della gente addosso come lui e poi lo guardava. Abbozzava un sorriso e gli metteva una mano in testa per stropicciargli i capelli. Poi guardava Lui, gli metteva un braccio sulle spalle, ma il suo sorriso si spegneva leggermente come a cercare di accettare una condizione immutabile, un dolore perpetuo che appesantiva il cuore. Gli vuole bene. O almeno è quello che crede Piero. Come potrebbe essere altrimenti? E’ pur sempre suo figlio. Ma a volte l’espressione del suo viso sembrava maledire tutto. La vita, Dio, se stesso e pure sua moglie, una donna che ama, ma che l’ha aiutato a dare alla luce un simile scherzo del destino.

La mamma invece pare non rendersene conto. Per lei è un ragazzo come un altro. E’ suo figlio. Solo suo figlio. Come fa a far finta di niente? Non accenna mai al Suo difetto come ad un problema vero e proprio. Forse è più per la paura che l’equilibrio del piccolo mondo perfetto ed immaginario che si è creata crolli come un castello di carte. Ne parla come se il problema fosse negli occhi degli altri. E se avesse ragione lei? Se fossero tutti gli altri i mostri?

Anche quella mattina Piero sperò che morisse. Ormai succedeva sempre più spesso. Non sopportava più quella situazione. Serena, la ricciolina rossa che sta nella sua classe non voleva uscire con lui. Diceva che aveva paura di venire a casa sua. Le faceva impressione.. suo fratello. Basta… basta! Voleva uscire a testa alta e non vergognarsi più.

Piero, sdraiato su un fianco sotto alle coperte, continuava a fissarlo con uno sguardo duro, malvagio. Immaginava mille modi per cambiare tutto quanto. A volte pensava di ucciderlo lui stesso. Poteva buttarlo sotto una macchina, oppure fargli cadere per sbaglio l’asciugacapelli mentre stava dentro la vasca. Ogni tanto sognava che mostri come il clown di It, Freddie Krueger o qualche alieno di X-Files lo facessero fuori al posto suo. Altre volte immaginava di scappare lontano, in un luogo dove nessuno lo conoscesse. Dove nessuno avrebbe mai potuto collegarlo a un essere così raccapricciante. Si vedeva ai tropici sotto il sole con una bella ragazza al suo fianco, o a New York, in mezzo ai grattacieli con il giubbotto degli Yankies e un bicchierone in mano di qualche strana bevanda che si ingurgitano solitamente gli americani.

Piero lo stava ancora fissando. Si alzò. Fece lentamente i due passi che lo dividevano dal suo letto. Egli aprii gli occhi e il suo sguardo incrociò quello di Piero. Ebbe un sussulto, come se il volto di Piero, così vicino al suo, l’avesse spaventato. Lo guardò a lungo. Gli occhi gli si fecero lucidi. All’improvviso abbracciò Piero di scatto e stingendo forte piagnucolava “Mi dispiace… non volevo… non volevo nascere…”.
Pian piano la stretta si allentò e si accasciò addosso a lui. Il coltello che Piero aveva tra le mani gli si era conficcato fino in fondo nello stomaco. Sanguinava in silenzio. Piero era a bocca aperta senza parole con una macchia di sangue sul pigiama che diventava sempre più ampia.
Urlò.
Mamma e papà corsero da loro. Papà lo prese di peso e lo allontanò. Poi l’ambulanza. La mamma che lo strattona piangendo: “Perché? Perché??”
Tutto quello che Piero riuscì a dire fu: “Non sono stato io. E’ lui che si è buttato sulla lama”.

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