Pelle d'ebano
Non molti anni prima sotto quell'albero era cambiata la mia vita.
Era diverso tempo che non ripensavo più a quel momento. Mi stupii di questo visto che rappresentava il motivo per cui mi trovavo ancora li, il motivo per cui avevo deciso di fare quel lavoro mettendoci l’anima.
Quella scena mi riaffiorò alla mente all’istante, nitida e precisa, come se fosse capitato solo il giorno precedente.
Mi ero staccato dal gruppo per fare quattro passi e rilassarmi almeno cinque minuti. In quella situazione non era per niente facile. C’era costantemente da fare, mai un attimo di pace, mai una nottata tranquilla in cui appoggiare la testa senza pensieri e addormentarsi profondamente.
Come ogni giorno, il sole era alto in cielo e picchiava sulla mia testa, inutilmente coperta da una specie di cappello che mi aveva regalato un bambino qualche giorno prima. Il caldo era impressionante e il sudore mi si appiccicava addosso dandomi una sensazione di soffocamento insopportabile. Mi guardai intorno, aprii bene le narici per odorare l’aria e percepii qualcosa di fresco e piacevole, come il profumo del mare. Non era possibile: il mare, l’oceano, era lontano centinaia di chilometri. Decisi di prendere comunque la direzione da cui proveniva e in un attimo mi trovai in una radura dove scorreva un canale, probabilmente creato per l’irrigazione dei piccoli campi di mais. Corsi sulla sponda e immersi le mani nell’acqua resa tiepida dal calore. Me la gettai addosso più volte, sperando di lavare via il sudore che mi ammantava, ma era solo un rimedio temporaneo. Sentì però, per un breve momento, una sensazione rinfrescante data dalla lieve brezza che, stranamente per quelle parti, stava tirando.
Fu in quel momento che alzai gli occhi e la vidi.
Una ragazzina in lontananza stava dondolando sulle ginocchia sotto un albero di Acacia. Aveva la testa china su qualcosa che teneva tra le braccia, ma non riuscii a capire di cosa si trattasse. Le lunghe treccine nere le scendevano lungo il petto e le nascondevano il volto. Mi avvicinai e sentii che stava singhiozzando. Avrà avuto sì e no 13 anni. Era così magra che le ossa sporgevano in tutto il corpo e la pianta chiara dei suoi piedini risaltava la sua pelle del colore dell’ebano. Indossava solo una gonnellina di paglia e una lunga e ingombrante collana di perline.
Ora ero abbastanza vicino. Sentivo solo un pianto, quello della ragazzina, il neonato che portava in grembo era immobile, in silenzio. Corsi da lei e istintivamente le strappai il bambino dalle braccia. Lei prese ad urlare più forte e disse qualcosa in wolof che non capii guardandomi con i suoi grandi occhi neri disperati. Provai a fare una leggera pressione sul piccolo sterno del bimbo, ma ero troppo inesperto. Senza pensarci troppo corsi verso il villaggio con quel corpicino tra le braccia e la ragazzina che mi inseguiva. Aveva smesso di gridare. Forse aveva capito che volevo aiutarla, ma sentiva la mia paura, la mia frustrazione e tremava. Portai il bambino al mio accampamento e il medico, quando mi vide arrivare trafelato, mi corse incontro. Mi prese il bimbo dalle braccia, lo appoggiò su un lettino e cercò di rianimarlo. Ci provò diverse volte, ma ormai non c’era più niente da fare. Solo in quel momento osservai meglio la ragazzina e mi resi conto che perdeva sangue. No, non era solo sangue, c’era qualcos’altro. Placenta. Aveva appena partorito. Quel bambino appena nato era suo figlio. Come avevo fatto a non realizzarlo prima? La ragazzina aveva gli occhi vitrei, lo sguardo perso. Sembrava osservare il lettino, ma in realtà fissava il vuoto. Non era una bambina spensierata, era una giovane donna che precocemente imparava ad affrontare le ingiustizie della vita. Abbassò il volto e svenne. La presi subito in braccio e l’adagiai dolcemente su un altro lettino. Sentii il sapore salato delle lacrime che mi rigavano il volto. Fu in quel momento che decisi cosa dovevo fare. Non sarei ripartito dopo le 3 settimane stabilite. Dovevo rimanere li. In Senegal.
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